domenica 22 settembre 2013

Rabi‘a al‘Adawiyya

"Ti amo di due amori: l'Amore della passione,          

Poi l'Amore che ti è dovuto, perchè Tu lo meriti.
Quanto all'Amore della passione,
Mi rapisce al punto che non penso che a Te".


Rābi‘a al‘Adawiyya Basra (Iraq) 713 - 801
Rābi‘a al ‘Adawiyya è la più importante rappresentante della ricerca teologica islamica del II secolo dell’Egira, VIII della nostra era; è stata soprannominata dalla tradizione musulmana “la testimone dell’amore di Dio”. (ŝāhidat al‘iŝq al-ilāhī) .
Nacque in una famiglia poverissima, quarta figlia, (da qui il nome Rābi‘a). Venne venduta giovanissima come schiava a causa di una grave carestia che si abbatté sulla regione, ma il suo severissimo padrone fu conquistato dalle sue straordinarie parole e la lasciò presto libera.
Della sua vita sappiamo molto poco e spesso la leggenda, che vuole giustificare la sua santità, per marcare meglio la sua conversione, le attribuisce una vita di ballerina o di suonatrice di liuto, e naturalmente di peccatrice. Questi elementi non ci appaiono nuovi in quanto ricordano la descrizione di Maria Maddalena nei Vangeli.
Di certo sappiamo che, liberata dalla schiavitù, si ritirò nel deserto dove visse la sua lunga vita nella povertà, nella preghiera e nella ricerca di Dio.
Il suo pensiero si sviluppa in una via mistica molto semplice ma molto impegnativa: amare solo Dio escludendo le creature, desiderare ardentemente di incontrarlo e amarlo per se stesso e non per esserne ricompensata.
La vera fede consiste nel dimenticare le prove che vengono da Dio per pensare solo a Dio .
Unica nella storia dell’Islām, compie l’esperienza del deserto. E, altra eccezionalità all’interno della tradizione religiosa a cui appartiene, rifiuta tutte le proposte di matrimonio ricevute.
Così si esprime su questo argomento:
«Il matrimonio è obbligatorio per chi è libero di scegliere. Ma io non ho la libera disposizione di me stessa, perché appartengo a Dio. È a Lui che bisogna domandare la mia mano
Nella vita ci sono tre cose che mi preoccupano: se qualcuno me ne libererà, prenderò marito.
La prima: dopo la morte potrò o non potrò presentare la mia fede in tutta la sua purezza?
La seconda: nel giorno della risurrezione mi verrà o non mi verrà messo nella mano destra il libro delle buone azioni?
La terza: in quale direzione sarò condotta in quel giorno, quando alcuni saranno portati a destra verso il paradiso e altri a sinistra verso l’inferno?
Dovrei preoccuparmi di un marito quando ho simili problemi su cui meditare?»
La tematica affrontata da Rābi‘a è audace e scandalizzerà non poco i rigoristi della prima e della seconda generazione musulmana. È audace parlare di Dio come trascendente assoluto che non può essere misurato con il metro e i parametri delle creature umane. Così è audace parlare poi del rapporto Dio/donna in termini pervasi di erotismo; ma tutta la ricerca successiva farà invece tesoro delle intuizioni di Rābi‘a e, usando i suoi termini, parlerà di Dio come dell’Amato Bene.

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