lunedì 23 settembre 2013

Badr Shakir as-Sayyab


Il canto della pioggia

Da quando eravamo bambini, il cielo
si copriva d'inverno
e scrosciava la pioggia,
e ogni anno, anche quando verdeggiava
la terra, eravamo affamati;
non c'è anno che in Iraq non sia fame.
Pioggia...
Pioggia...
Pioggia...
In ogni goccia di pioggia
sono rossi o gialli germogli di fiori.
Ogni lacrima di affamato e di ignufo,
ogni goccia che brilla del sangue dell'uomo
è un sorriso che attende nuove labbra
o un sogno che appare sulla bocca del bimbo
nel giovane mondo di domani, donatore di vita!
Pioggia...
Pioggia...
Pioggia..


Nato nel 1926 a Bassora, di salute fragile, infermo, i suoi ultimi anni furono enormemente difficili e dolorosi, morì nel 1964. As-Sayyab è considerato il capo scuola della poesia libera non solo in Iraq, ma in tutto il mondo arabo. Nel fare poesia, ha rappresentato, il profondo dramma del suo periodo; partecipava soffrendo, alla lotta del suo popolo per la conquista del progresso intellettuale e letterario ribellandosi, anche alla propria sofferenza per la sua personale condizione: la perdita di tutti i suoi cari e la progressiva malattia che lo condusse alla morte. Questa sofferenza intima, mescolata al dramma popolare dell’epoca, crearono un poeta idealista e le sue poesie sono il vero passaggio dalla poesia di tendenza romantica al realismo nella letteratura araba contemporanea. Tra le sue numerose opere ricordiamo : ”Leggende” 1950; “Le armi e i bambini” 1954; “Il canto della pioggia” 1960; “La casa degli schiavi” 1963.

Nel vecchio mercato

1
La notte, e nel vecchio mercato
le voci si sono zittite,
tranne i mormorii dei passanti,
i passi del forestiero e le tristi canzoni
che il vento diffonde nella notte nera.
La notte, e nel vecchio mercato
e i mormorii dei passanti;
e la luce che le lampadine malinconiche
sprizzano nel pallore
come nebbia sulla strada
da ognuna delle botteghe antiquate
tra i volti sparuti quasi fosse canzone
che si dissolve in quel vecchio mercato.

2
Quanti forestieri han vagato prima di me,
in quel desolato mercato?
han guardato
ma le pupille han fatto finta di non vedere
e se sono andati nella notte nera.
Negli anelli di fumo tremola
l’immagine riflessa di una finestra
che si illumina,
e il vento scherza con il fumo … il vento,
svogliato e afflitto,
scherza con il fumo,
e l’eco di una canzone lontana,
ricorda le notti illuminate
dalla luna e le palme;
ed io, il forestiero …. continuo ad ascoltare
e sogno di morire in quel vecchio mercato.

3
E la luce tenue si sparge sulle mercanzie come
polvere; ombre si gettano sulle ombre; come
un canto monotono, e i colori freddi del crepuscolo
si spargono sul muro, tra gli scaffali
fatiscenti, quasi nubi al tramonto.
Il bicchiere sogna la bevanda, le labbra,
e una mano colorita dal mezzogiorno,
dalla lampada e dalle stelle.
Forse la vita in esso si è raffreddata
e rantola, in una notte buia fredda di
stelle e venti; in una stanza ove una
lampada vigila, e il mattino la spegne.

4
Ho visto, tra il fumo, la realtà del domani
come ombre. Quei fazzoletti indecisi,
che fan cenni d’addio o s’inzuppano di
lacrime pesanti senza smettere di affiorare
e sprofondare nella mia fantasia il profumo
che esalano, fa ciondolare il capo
e tinge il sangue che scorre!
Il colore del buoi e l’accendersi del
fuoco rivelano la sposa, la celano poi
ombre tremolanti del volto illumina il
pallore la fiamma che illanguidisce, si
distende e poi s’eclissa e il sangue che
cade goccia a goccia sussurra:
è morto …. è morto!

5
La notte, e nel vecchio mercato
i mormorii dei passanti, ei passi del forestiero.
E tu, candela arderai in una stanza ignota,
in una notte che non saprai, getterai
la tua luce languidamente come una sera
d’autunno, le spighe ondeggiano nel campo,
sotto le luci del tramonto ove si radunano i corvi,
getterai la tua luce languidamente come foglie
d’autunno nella notte illuminata dalla luna,
ebbra dei canti, nel sud: il rullo del tamburo
in lontananza, bisbiglia con i rami grevi
delle palme, e nuovamente tace.

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